ESCO, un patrimonio da tutelare (e se possibile rilanciare)

COSA CAMBIA
IN AMBITO
ENERGETICO?

ESCO, un patrimonio da tutelare (e se possibile rilanciare)

Sostenibilità


L’Energy Efficiency Report 2017 ha tracciato il profilo delle Energy Service Company italiane:
in un mercato molto dinamico sono in forte crescita numerica. Tuttavia, ancora stentano a guadagnare quote merato nel residenziale, mentre coprono il 25 per cento degli investimenti nel comparto industriale e il 23 nel terziario/uffici. Il settore fa gola alle grandi utility.

 

Il mercato italiano dell’efficienza energetica è in forte espansione. Realizzata dall’Energy&Strategy Group della School of Management del Politecnico di Milano, l’edizione 2017 dell’Energy Efficiency Report esordisce con questa ottima notizia.

Tradotta in numeri: “Le previsioni di investimento relative al periodo 2017-2020 si attestano tra i 29,8 e i 34,4 miliardi di euro, con un volume d’affari medio tra i 7,5 e gli 8,6 miliardi/anno. L’incremento rispetto agli investimenti realizzati nel 2016, che hanno raggiunto i 6,13 miliardi di euro, appare sostanziale (più 8 per cento rispetto al 2015). Si  conferma così il trend positivo degli ultimi 5 anni”.

In questo conteso altamente dinamico le ESCO hanno dimostrato una vitalità senza precedenti e per certi versi sorprendente anche per gli addetti ai lavori. “Nel corso del 2016 – prosegue il Report – le Energy Service Company certificate sono aumentate di quasi il 90 per cento, passando in un anno da 144 a 272 unità (45 delle quali nate dopo il 2012) e facendo crescere del 10 per cento nell’ultimo quinquennio i dipendenti degli operatori specializzati in efficienza energetica”.

Le ESCO si confermano quindi uno strumento di primaria importanza nell’efficientamento del Sistema Paese. Uno strumento da tutelare e se possibile potenziare. Oltre i numeri sulla natalità di nuove imprese, gli esperti evidenziano anche alcuni elementi di debolezza, che sarebbe un errore sottovalutare. I ricavi delle ESCO risultano infatti in diminuzione del 10 per cento negli ultimi cinque anni, passando dai 3,4 miliardi del 2012 ai 3 del 2016. Anche l’aumento dell’utile prima delle tasse e degli oneri finanziari (170 milioni di euro nel 2016 rispetto ai 147 del 2012; più 15 per cento) è giudicato positivo solo in apparenza. “In realtà è dovuto a una diminuzione degli investimenti che le ESCO stesse hanno fatto presso i clienti ed è il segnale di un rallentamento della loro presa sul mercato, in un contesto di bassa marginalità”.

Sicuramente migliorabili sono le quote mercato che oggi le ESCO detengono sul totale degli investimenti in efficienza. Lo share, nel complesso, è di poco inferiore al 14 per cento (era l’11,6 nel 2015) con una punta del 25 per cento nel comparto industriale e del 23 per cento nel segmento terziario/uffici. Il vero punto debole resta il mercato residenziale, dove l’offerta delle Energy Service Company stenta ancora a farsi accettare.

Un altro fenomeno ha due chiavi di interpretazione: l’aumento del numero di utility (in pratica tutte le maggiori presenti sul mercato italiano) che hanno messo nel portafoglio della loro offerta servizi ESCO. Questo interesse dà un ulteriore conferma positiva della bontà dello strumento e della vitalità del mercato. D’altra parte, la presenza di corazzate in un mare dove navigano anche molte realtà di medio-piccole dimensioni potrebbe ridurre per queste ultime gli spazi di mercato.

In termini di soluzioni tecnologiche proposte ai clienti dalle ESCO, quella trainante è la cogenerazione (di cui detengono il 40 per cento del mercato); gli interventi di efficientamento di impianti di illuminazione pesano per il 17 per cento. In ambito industriale, interventi di ottimizzazione della refrigerazione e aria compressa sono altre due aree tecnologiche fortemente presidiate dalle ESCO.