Cresce nelle imprese italiane la cultura dell’efficienza

COSA CAMBIA
IN AMBITO
ENERGETICO?

Cresce nelle imprese italiane la cultura dell’efficienza

Sostenibilità


Nelle nostre aziende – stimolate positivamente dall’obbligo della diagnosi energetica – crescono il ruolo degli energy manager e l’entità degli investimenti. In più, i consumi stanno divenendo un driver di valutazione della vita utile residua di un macchinario. Restano però ancora numerose le barriere, soprattutto di natura economica e finanziaria. E c’è poca attenzione nel dar seguito (attraverso attività di monitoraggio e manutenzione) agli interventi effettuati…

 

Le imprese italiane alle prese con l’efficienza energetica mostrano un carattere a dir poco poliedrico, ricco di doti e non povero di contraddizioni; con tante buone qualità ben visibili e altrettanto numerose zone d’ombra. Una pietra preziosa non più grezza, ma allo stesso tempo intagliata solo in parte, che ancora non è in grado di esprimere tutto il suo valore.

L’edizione 2017 dell’Energy Efficiency Report (di cui questo spazio news si è già occupato la scorsa settimana) traccia questo profilo del sistema industriale italiano, che negli ultimi cinque anni ha saputo consolidare ottimi risultati. E tuttavia ancora convive con un non trascurabile elenco di “sì però…”.

In primis, lo studio – realizzato dall’Energy&Strategy Group della School of Management del Politecnico di Milano – premia lo strumento degli audit energetici: “L’obbligo di diagnosi energetica per i soggetti di grandi dimensioni e per quelli energivori ha effettivamente permesso la diffusione nel sistema industriale italiano della cultura dell’efficienza energetica. Inoltre, si sta consolidando all’interno degli organigrammi aziendali la figura dell’energy manager, un ruolo organizzativo ad hoc per la gestione dell’energia”.

Sembra poi essere in atto un vero e proprio cambiamento di paradigma culturale. “Gli interventi di efficienza energetica stanno gradualmente assumendo un ruolo strategico per lo sviluppo dell’impresa e il consumo energetico sta divenendo un driver di valutazione della vita utile residua di un asset. Un macchinario viene cioè considerato obsolescente quando inizia a far registrare consumi più elevati dello standard”.

A completare il poker delle buone notizie, un quarto spunto: “Sette imprese su 10 hanno realizzato progetti di efficienza energetica nell’ultimo anno e la maggior parte ha dichiarato di avere incrementato i propri investimenti”.

E veniamo, inevitabilmente, ai “sì però…”, ovvero agli aspetti negativi che ancora attenuano (e in alcuni casi impediscono del tutto) il pieno efficientamento dei processi industriali. Ben l’80 per cento del campione interpellato ha sottolineato “gli eccessivi tempi di ritorno degli investimenti, che rappresentano una barriera alla realizzazione degli interventi”. Altri disincentivi sono stati evidenziati “nell’incertezza del quadro normativo, nelle difficoltà di interazione tra il processo produttivo esistente e la nuova soluzione tecnologica e nel limitato accesso al credito”.

Anche quando l’intervento di efficientamento è stato realizzato da un soggetto esterno (tipicamente una ESCO) la metà delle volte il rapporto si interrompe alla consegna della soluzione e le attività di monitoraggio e manutenzione (pur strategiche!) sono svolte internamente, in un’ottica di (apparente) risparmio.

Infine, un dato che lo stesso Energy Efficiency Report ha forse sottostimato. Il questionario ha raccolto 183 risposte partendo da un campione di 700 energy manager. La quota parte dei “non rispondenti” (ben il 74 per cento) non può certo essere considerata marginale e dimostra come ci sano aree di disinteresse – proprio in termini di cultura dell’efficienza energetica – ancora piuttosto estese.

Dunque, grandi opportunità, grandi sfide e ancor più grandi margini di miglioramento.